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IL CASTELLO DI CASTELLENGO
di Claudio Ciccioni, Architetto
Tratto da AA.VV., "I Castelli del Biellese"
a Cura di L.Spina, Silvana Editoriale, Milano, 2001.
Corredo fotografico in allestimento
Il complesso castellano noto come "castello
di Castellengo" sorge ai margini dell'altopiano baraggivo
di Candelo arroccato su una piccola altura isolata coperta
da una fitta vegetazione. Castellengo è oggi una frazione
del Comune di Cossato ma fu fino al 1929 comune autonomo ed
il suo territorio coincide ancora in gran parte con quello
dell'antico feudo legato al castello, di cui si hanno notizie
già a partire dal 1039(1).
Secondo quanto afferma Tommaso Vialardi il toponimo "Castellengo"
è nato nel medioevo dalla parola di origine latina
"castello" a cui è stata aggiunta successivamente
la desinenza germanica in "-engo" sul modello di
nomi germanici di più recente formazione(2).
Il castello domina la sottostante pianura in cui scorre, a
nordest, il tortuoso torrente Cervo e si presenta come un
aggregato piuttosto compatto di fabbricati di diversa epoca
e stile, allineati sulla direttrice principale NO-SE, coincidente
con il crinale della collina. Isolato rispetto al piccolo
abitato sottostante è raggiungibile attraverso due
strade. La strada più antica, detta "la Solata"
almeno a partire dagli ultimi anni del '500(3),
raggiunge il castello da nord-est partendo alla sinistra dell'ex
edificio comunale, al posto del quale esisteva, fino alla
fine dell'800, l'oratorio di San Rocco ed attorno a cui si
trovava un forno per il pane e l'osteria(4).
Superata la prima porta del castello, detta "del Moro",
si arriva nella "piazzetta della scuderia"(5).
Salendo ulteriormente si giunge ai piedi del castello dove
si aprono due ingressi. Attraverso la porta detta "di
Ferro", si entra nel "cortile inferiore" in
cui si trova il pozzo di acqua viva, la Cappella barocca di
San Giovanni (1727) ed il grande scalone di pietra (1780)
che conduce al "cortile superiore"; attraverso l'androne
di quella che veniva chiamata la "porta verde"(6)
si giunge invece nel più ampio cortile meridionale.
La seconda strada è quella che oggi è ritenuta
la strada di accesso principale al castello, benché
la sua realizzazione risalga alla seconda metà dell'800.
Attraverso tre tornanti raggiunge il castello da sud, regalando
al visitatore la vista del corpo sud-orientale, con i giardini
terrazzati, la torre angolare merlata (1420 circa) e la manica
sud-occidentale con la sua facciata barocca (1759-1776). E'
facile rendersi conto di come il castello di Castellengo sia
il risultato di una serie di interventi di diversa entità
e qualità che hanno via via cancellato o nascosto gli
elementi maggiormente caratterizzanti dell'architettura militare
medioevale. E' impossibile parlare di un aspetto "originario"
del castello dato che gli eventi architettonici si sono succeduti
con ritmi e modalità diverse fin dai primi anni del
medioevo, ovvero quando ancora la funzione militare era prioritaria.
La cronologia di questi interventi non è ricostruibile
se non a partire dai primi anni del '700, grazie alla presenza
di numerosi disegni e documenti scritti, conservati nell'archivio
della famiglia dei Conti Frichignono(7)
che possedette il feudo ed il castello di Castellengo dai
primi anni del 400 fino alla seconda metà dell'800(8).
L'aspetto attuale del castello è quello assunto nei
secoli XVII e XVIII a seguito di una serie di interventi volti
a trasformare il maniero in residenza signorile. Per i secoli
anteriori ci si deve affidare ai pochi documenti scritti pervenutici,
ed a caute considerazioni rilevabili dall'edificio. E' bene
sottolineare che le trasformazioni che il castello ha dovuto
subire negli anni, se da un lato non ci consentono di apprezzare
l'edificio nel suo "originario" aspetto connesso
agli scopi di controllo militare per il quale era stato allestito,
dall'altro sono la testimonianza del fatto che il sistema
castello-feudo ha continuato a funzionare attraverso i secoli
fornendo le risorse necessarie al suo mantenimento ed alle
sue stesse trasformazioni, contrariamente a quanto accaduto
a molti altri edifici fortificati della zona, di cui invece
non resta più alcuna traccia. Il legame con l'economia
agricola è sempre stato al centro di questo sistema,
come dimostrano, a partire dal '700, le tavole di tipo catastale
del territorio di Castellengo conservate negli archivi(9)
insieme a quelle inerenti la regimazione delle acque del fiume
Cervo e delle le rogge, utilizzate sia per l'irrigazione che
come fonte di forza motrice per il mulino che sorgeva ai piedi
del castello. I De Bulgaro (1053-1406), i Frichignono (1420-1858)
e quindi le famiglie borghesi Borello e Sella che possedettero
l'ex feudo dalla metà dell'800, amministrarono dall'alto
del castello il territorio di Castellengo. Dalle numerose
cascine in collina e dalla grande cascina di pianura dell'Ajrale
arrivavano i prodotti della terra (meliga, segala, "barbariato",
canapa, noci, gelsi), parte dei quali venivano stivati, secondo
quanto ci descrivono gli inventari, nei granai e nei sottotetti
dello stesso castello. Nelle cantine avveniva invece la lavorazione
del prodotto più prezioso, il vino. Nel castello esistevano
infatti due torchi(10)
e fino al 1940 era ancora attiva l'Azienda Agricola Sella
i cui vini venivano invecchiati nelle sue cantine(11).
La dissoluzione del feudo derivante dalla lottizzazione dei
latifondi, che a Castellengo si conclude nei primi anni del
secondo dopoguerra, rompe definitivamente il legame castello-territorio
che aveva determinato fino a quel momento gli investimenti
sull'edificio. Da qui l'inizio del suo graduale abbandono.
Il castello viene utilizzato come mera volumetria da sfruttare
per la locazione e via via depauperato delle sue qualità
nobiliari perdendo in quegli anni parte delle pitture, degli
affreschi, delle tappezzerie e dei pavimenti originali, coperti
o rimossi nel nome di una maggiore igiene, comodità
e "modernità" degli alloggi. Oggi il castello
è di proprietà di diverse famiglie e sta riacquistando
, seppure in parte, il passato decoro. Alcune parti , specie
quella denominata "castello Ballestrero" a nordest
(1776), sono ormai irrimediabilmente compromesse, ma il restauro
in corso sul corpo sud-occidentale renderà nuovamente
fruibile l'area più antica ed architettonicamente più
interessante.
Benché la tradizione attribuisca la fondazione del
castello all'opera di Alberico di Monterone, nel X secolo(12),
gli studi più recenti in materia di storia dell'architettura,
ritengono più probabile che le sue origini siano successive
a quelle di un preesistente insediamento rurale(13).
Avalla questa ipotesi il fatto che nei documenti più
antichi riguardanti Castellengo(14)
si può riscontrare con frequenza il toponimo "Monte
Limone" (altre volte "Monte Livione", "Montis
Thitioni" o "Montis Timoni"), associato al
termine "villa". Richiamandosi agli studi condotti
da Toubert in altri ambiti territoriali, potrebbero essere
stati proprio gli abitanti della "villa di Monte Limone"
ad organizzare la propria difesa in quello che probabilmente
era, almeno in origine, un ricetto collettivo. Del resto il
"castri Castellengij" è nominato per la prima
volta solo nel documento di investitura del feudo del 26 ottobre
1392(15).
Inutile, per l'osservatore moderno, cercare nell'attuale costruzione
alcuna testimonianza di questa prima fase di insediamento,
attuata probabilmente, come in molti altri casi, con tecniche
e materiali poco adatti a resistere alle ingiurie del tempo.
I documenti tacciono per tutta la durata del medioevo circa
la reale consistenza del castello. E' possibile avere una
prima idea, seppur deduttiva, facendo riferimento all'unico
evento bellico noto in cui fu coinvolto il castello di Castellengo.
Tra il 1406 e il 1409 il capitano di ventura Bando di Firenze
sottrae con la forza il castello ai De Bulgaro e nel tentativo
di acquisirne il possesso il fortilizio viene messo sotto
assedio da parte dei Savoia. Le condizioni del maniero dovevano
essere sufficientemente buone per poter resistere tre mesi
agli attacchi sferrati da 251 armigeri dalle "bastie"
appositamente costruite nei dintorni e di cui resta ancora
traccia nel toponimo di una vicina località (Bastia).
I Savoia poterono acquisire il possesso del castello solo
riscattandolo dallo stesso Bando(16).
I documenti al riguardo forniscono con minuzia molti dettagli
sull'assedio e sui suoi preparativi ma non ci informano sull'effettiva
consistenza architettonica del castello(17).
Bisogna attendere circa un secolo per avere la prima descrizione
puntuale del maniero. Pochi anni dopo, nel 1410, il fortilizio
venne suddiviso e venduto a quattordici nobili biellesi e
per i due secoli successivi quello di Castellengo fu a tutti
gli effetti un castello di tipo consortile. Lo sviluppo architettonico
ne fu sicuramente condizionato, sebbene a causa dei successivi
rifacimenti, questa fase non sia più chiaramente riconoscibile.
Nel maggio del 1553 il Capitano Cristoforo Gillio viene mandato
a Castellengo dal Duca Carlo III "per la custodia d'esso
castello acciocché non venisse rubbato da' nimici"(18).
I nemici sono gli spagnoli che nelle guerre con i francesi
di cui fu teatro il Piemonte nella prima metà del '500
distrussero non pochi castelli e fortificazioni. La ragione
della scampata distruzione del castello di Castellengo va
però ricercata forse più nella sua posizione
marginale rispetto alle vie di passaggio degli eserciti spagnoli
che non nelle prestazioni dell'edificio o nel valore militare
dei suoi occupanti.
"Nella patria et diocesi di Vercelli sopra la riviera
del fiume Servo tra Montebelluardo e Sangarda co' li suoi
heddifici, revellino, ponte levatoio, piazza, pusterna, torri,
camminate, pianchetto, forno, pozzo, ed altre sue ragioni
e pertinenze si trova il castello di Castellengo". Luigi
Borello, storico biellese nonché proprietario di una
parte del castello di Castellengo nei primi anni del '900,
riporta in un suo articolo questa descrizione tratta da un
consegnamento del '500, senza però citarne la fonte(19).
Il "rivellino" è citato ancora, insieme ad
"una torre et una piazza et una Panatera Torchio Cantine
Sale et altri eddifizij et pertinenze", in un documento
databile attorno all'ultimo ventennio del '500 e conservato
nel fondo Frichignono presso l'archivio di Stato di Biella(20).
Questi preziosi documenti testimoniano l'esistenza di strutture
militari, quali il rivellino ed il ponte levatoio, oggi non
più esistenti e non identificabili con certezza. Sopravvivono
invece le due torri angolari a nord e a sud del castello.
Quest'ultima in particolare è fortemente caratterizzante
ed essa è sempre presente nelle rappresentazioni più
antiche del castello anche quando queste si riducono a semplice
schizzo simbolico. In due vedute prospettiche datate a cavallo
del 1750 la torre è rappresentata con una copertura
conica, probabilmente in coppi(21).
Questa copertura non figura nella celebre veduta di Enrico
Gonin (1856)(22),
in cui la torre appare praticamente nello stato attuale. Quest'ultima
osservazione potrebbe escludere che la torre sia stata oggetto
di interventi in stile medioevale tipici dei primi anni del
novecento, come è accaduto ad altre torri dei castelli
biellesi. Torri cilindriche poste agli angoli dei recinti
fortificati sono ricorrenti nell'architettura militare della
zona, sia nei ricetti, sia nei castelli. Ciò che caratterizza
la torre sud del castello di Castellengo è il fatto
di essere quasi interamente realizzata in laterizio e di presentare
una notevole altezza rispetto a quella raggiunta dal recinto.
Torri di questo genere si ritrovano in alcuni castelli della
pianura vercellese, in particolare a Crescentino (VC), frazione
San Genuario ed a Santhià (VC), frazione Vettignè.
Il Conti fa risalire la costruzione di questi castelli tra
il secondo e terzo decennio del XV secolo in un ambito di
produzione che egli definisce una "scuola vercellese
di castelli di pianura" . La tipologia è riconoscibile,
oltre che dalle torri circolari, dalla presenza di una rocchetta
bassa e quadrata munita di apparato a sporgere, che nel caso
di Castellengo, potrebbe coincidere con il corpo sud del castello
in corrispondenza della parte non cantinata.
La costruzione si adatta alla morfologia della collina ed
il piano nobile del castello è pertanto in alcune zone
a diretto contatto con il suolo, mentre in altre sovrasta
ben due piani di cantine. I materiali da costruzione sono
quelli reperibili in loco: ciottoli di fiume semplici o lavorati
in conci; l'argilla nelle diverse forme del mattone, delle
pianelle in cotto o dei coppi; il legno di rovere (per le
travi portanti e serramenti esterni), di noce (per i serramenti
interni ed i palchetti) di pioppo (per i tavolati dei solai
e per i serramenti interni). Da un punto di vista strutturale
gli ambienti seminterrati delle cantine sono ovunque coperti
con volte in laterizio a botte o a crociera, con l'unica eccezione
dell'androne del pozzo. Al piano nobile si trovano alcuni
ambienti coperti a volta sebbene nella maggioranza dei casi
i soffitti siano in legno, talvolta a cassettoni decorati.
Di particolare bellezza il soffitto presente in una sala del
corpo sud-orientale, in cui si trova anche un fregio affrescato
firmato "P. Chiapellus" e datato 1729. Al piano
superiore i solai sono tutti lignei, sebbene in alcune sale
questi siano coperti da volte in cannicciato intonacato a
calce. I pavimenti più antichi sono per lo più
in cotto, ma al piano nobile si trovano anche palchetti in
legno o pavimenti in mosaico, tra cui spiccano per bellezza
e stato di conservazione quelli dell' "Appartamentino"
della manica barocca a sudovest. Gli ambienti si susseguono
gli uni agli altri in infilata. Alcuni inventari (24)ci
informano sulle destinazioni d'uso delle stanze che tuttavia
sono state più volte cambiate nel corso degli anni.
Gli stessi inventari ci informano con precisione sull'arredo
e gli oggetti contenuti nel castello, oggi purtroppo interamente
dispersi.
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